Visual metaphors: Chema Madoz

Chema Madoz Surrealist photography

“Gli oggetti hanno lo stesso carattere delle parole, si contaminano l’un l’altro generando significati sempre nuovi”

È quanto afferma Chema Madoz, fotografo spagnolo classe 1958, che con il suo lavoro dà vita a un mondo parallelo di metafore artistiche. Vive e lavora a Madrid, dove ha anche studiato Storia dell’Arte e ha frequentato i corsi di fotografia del Centro de Enseñanza de la Imagen. Ha iniziato a sviluppare il suo particolare stile nel 1990, perché  “A un tratto iniziai a trovare le figure umane che fotografavo poco interessanti. Ebbi la sensazione di stare scattando centinaia di foto uguali e questo mi fece perdere l’attrazione verso la figura del corpo”. Negli anni, Madoz è andato verso una semplificazione estrema della fotografia: ha eliminato il colore, che secondo lui può distrarre l’osservatore dall’idea, la storia che solitamente una fotografia evoca, ha eliminato gli orpelli puramente estetici e anche la contestualizzazione dell’oggetto. Ciò che rimane è, appunto, l’oggetto, che però assume significati diversi da quelli usuali, diventa un simbolo, una metafora.

Ciò che conta è l’idea, ciò che non vediamo. Con i suoi oggetti paradossali Madoz crea una realtà effimera, paradossale, tutta affidata alla nostra interpretazione e immaginazione. Ed è proprio per questo che si distacca dal tradizionale concetto di natura morta: le sue immagini necessitano della partecipazione dell’osservatore. I paradossi visivi di Madoz hanno bisogno della nostra meditazione e deduzione, sono pensate per compiersi e concludersi nella nostra mente. La tensione tra ciò che l’occhio vede e ciò che la mente legge rende l’osservatore essenziale per il lavoro di Madoz.

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www.chemamadoz.com
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Influenzato dal Surrealismo e dalla poesia visiva, Chema Madoz prende dei banali oggetti quotidiani e li trasforma, dando loro un nuovo significato in una dimensione alternativa in cui la contiguità visiva tra forma e contenuto viene del tutto alterata. Qui l’uomo non trova spazio, se non per diventare anch’esso un elemento.

Stupisce molto il fatto che queste fotografie non siano assolutamente frutto della manipolazione digitale. Infatti per realizzare i suoi paradossi visivi, Madoz si converte in scultore, apportando agli oggetti delle semplici modifiche, che però sconvolgono il loro significato comune, a cui siamo abituati. Rifiuta l’uso della tecnologia perché “lavorare in analogico ti fa stabilire un vincolo con la realtà che non raggiunge la fotografia digitale, che è qualcosa di facilmente modificabile; a me interessa rendere le modifiche realtà”.

Chema Madoz vuole dimostrarci, in effetti, che la realtà non è una soltanto, ma possono esserci varie interpretazioni. “La credenza che la realtà che ognuno vede sia l’unica realtà è la più pericolosa di tutte le illusioni” (Paul Watzlavick)


 

“Objects have the same nature of the words; they contaminate each other producing always new meanings”.

This is what Chema Madoz asserts. He is a Spanish photographer (born in 1958), who with his work create a parallel world of artistic metaphors. He lives and works in Madrid, where he studied History of Art and attended the photography courses at the Centro de Enseñanza de la Imagen. He became to develop his particular style in 1990, because “Suddenly I began to find uninteresting the human figures which I photographed. I had the feeling of taking hundreds of identical photos and this made me lose the attraction for the body figure”. During the years, Madoz went towards an extreme simplification of photography: he eliminated color, which for him can distract the viewer from the idea, the story that’s usually evoked by a photography, he eliminated the aesthetic frills and the contextualization of the object. What remains is the object, which takes on unusual meanings, becomes a symbol, a metaphor.

What matters is the idea, the things we don’t see. With his paradoxical objects Madoz creates an ephemeral reality, paradoxical, committed to our interpretation and imagination. That’s why he’s detached from the traditional concept of still life: his images need our meditation and deduction, they are created to be performed and concluded in our mind. The tension between what the eye sees and what the brain reads makes us, as viewers, an essential element of Madoz’s work.

Influenced by Surrealism and visual poetry, Chema Madoz takes ordinary everyday objects and transforms them, giving them a new meaning in an alternative dimension where the visual nearness between form and content is entirely modified. Man doesn’t have space here, except to become an element himself.

The fact that these photographs aren’t absolutely created with digital manipulation is amazing. In fact, to realize his visual paradoxes, Madoz becomes a sculptor, creating on the objects simple modifies which subvert their common meaning, the one we are used to. He rejects the use of technology because “work in analog makes you establish a bond with reality that does not reach the digital photography, which is something easily modifiable; I’m interested in making changes reality”.

Chema Madoz wants to demonstrate that reality is not only a unique one, but can exist many interpretations. “The belief that the reality that everyone sees is the only reality is the most dangerous of all illusions” (Paul Watzlavick)